Tu la conosci la direttiva Bolkenstein ?

Tu la conosci la direttiva Bolkenstein ?

21 mag 2021
 direttiva Bolkenstein

La storia della direttiva Bolkenstein in Italia è la storia di un continuo e disperato tentativo del nostro paese di aggirare, di rimandare o di ignorare una legge sana, nata per motivi sani. 

Una legge comunitaria, decisa tutti insieme, in Europa, che è stata votata e approvata dopo molto lavoro e che è arrivata in Italia per la prima volta nel 2010, anno in cui è stata recepita. 

Da quel momento alcune frange specifiche nel nostro paese hanno letteralmente fatto di tutto per evitare che venisse applicata, lanciandosi in un percorso a ostacoli che ci ha portato a mettere in atto una serie di trucchi e provvedimenti, del tutto illegittimi (come già stabilito dalla Corte di Giustizia dell'Ue nel 2016) che ci hanno condotto non soltanto a dimostrare ancora una volta la nostra inaffidabilità, ma a confrontarci con l'apertura di procedure d'infrazione e con l'elevato rischio di sanzioni economiche molto serie. 

Della direttiva si è parlato moltissimo in questi giorni, ma volendo riassumere, il fine della medesima è quello di favorire la libera circolazione dei servizi nell'Unione Europea. 

Questo principio è presente in Europa fin dal Trattato di Roma, ed è stato ripreso per motivi anche pratici. 

Si ipotizza infatti che tale liberalizzazione aumenterebbe l'occupazione e il PIL dell'Unione Europea in maniera molto significativa. I servizi in Europa rappresentano infatti una fetta dell'occupazione ben superiore al sessanta per cento e favorirla significa aiutare concretamente l'economia di tutti.  

In Italia se ne parla soprattutto perché prevede che concessioni e servizi pubblici possano essere affidati a privati solamente attraverso gare pubbliche aperte a tutti gli operatori presenti in Europa. Sembrerebbe un principio equo e giusto e qualcuno di meno informato sulla situazione italiana potrebbe essere tentato di chiedere: “Perché, non è già così?” 

E la risposta, purtroppo, è no. 

Perché il nostro paese si è abituato a considerare normale il cosiddetto “diritto di insistenza”, grazie al quale chi ha una concessione, ha poi un regime preferenziale per il rinnovo della medesima. 

Cosicché non conti la meritocrazia, la qualità, la competenza, ma valga soltanto il principio del “è mio, perché è sempre stato mio e lo passo soltanto a chi voglio io”.

Un sistema bacato che ha creato negli anni, nel nostro paese, una sorta di moderno feudalesimo, che prevede che signori e signorotti, ben piantati su una terra che non appartiene loro, ma che di fatto nessuno può togliergli, abbiano potuto nel tempo crearsi il proprio piccolo regno personale, con tanto di vassalli costretti a pagare tributi e con tutta la serenità di ignorare un sistema di libera concorrenza. Un monopolio inossidabile, libero di ignorare anche la qualità del proprio servizio. Perché, diciamolo, che importanza ha se lavoro bene, quando nessun altro può prendere il mio posto?

Una procedura d'infrazione aperta dalla Commissione Ue ci aveva portato, nel 2009, a abrogare formalmente questo diritto assurdo. Ma non era servito a nulla, perché forze politiche in cerca di voti avevano scelto di inserirlo ancora, cambiandone un po' la veste. Un “rinnovo automatico delle concessioni demaniali” da rifare ogni sei anni. Un altro modo vergognoso per svicolare da una legge che cerca di importare un principio semplice, libero, assolutamente equo. 

Quello che chiunque può partecipare a un bando pubblico.

Dal giorno della sua nascita la direttiva è stata più volte modificata per renderla più adatta al contesto economico attuale e per essere certi che tutelasse i lavoratori.  

Molte di queste tutele, però, vengono considerate troppo poco. 

Perché se hai vissuto fin qui con un privilegio è difficile accettare improvvisamente di essere come tutti. 

I vecchi concessionari possono partecipare ai bandi come tutti. Ma si lamentano, perché non vincono automaticamente. Sempre loro ottengono un risarcimento qualora la direttiva cambi accordi ancora validi per la precedente norma. Ma per loro, non basta.

Perché sarebbe ottimo, se non fosse che il risarcimento si calcola attraverso le cartelle delle tasse (e la cosa non può che sembrarti riduttiva se in passato hai dichiarato, come fanno da sempre in Italia in tanti, una cifra simbolica, molto inferiore a quanto intaschi a nero normalmente).

La direttiva concede a un singolo imprenditore, inoltre, solo quattro licenze. Due alimentari e due non alimentari. Sufficienti ad aprire quattro diverse attività. A lavorare bene, insomma, e anche ad arricchirsi. 

 Ma forse un po' poco per chi dominava da generazioni spiagge e piazze, costringendo decine di persone a lavorare a condizioni non trattabili.

Così le frange di coloro che desiderano mantenere intatto il loro piccolo dominio continuano a tentare di influenzare le forze politiche. 

E alcune di queste forze, disperatamente in cerca di consensi, si sono fatte paladine di questa causa egoista, che mira a mantenere intatti i monopoli di taluni, a discapito di tutti gli altri e a prescindere da merito e impegno.

Così questa storia italiana prosegue imperterrita tra proteste pilotate e un'imprenditoria piccola e avida, arroccata sulle proprie posizioni e incapace di evolvere. Tra queste realtà e l'Europa, proprio in mezzo, migliaia e migliaia di ambulanti e lavoratori che non possono lavorare perché non hanno accesso ad alcuna licenza, in attesa di una legge che li tuteli.

Legge che esiste già. Da quindici anni. Ma che è stata strumentalizzata decine di volte da schieramenti politici.

La prova più grande di quanto la pessima abitudine di cercare sacche di malcontento da cui attingere voti possa portare a volte a danni terribili. 

Quindici anni. E l'attesa continua...

by Paolo Leccese