La scuola di mobilitazione politica. Un passo indietro per andare avanti.

La scuola di mobilitazione politica. Un passo indietro per andare avanti.

13 mar 2021
scuola di mobilitazione politica
scuola di mobilitazione politica

La scuola di mobilitazione politica è un progetto di vari soggetti tra cui l’associazione Ti Candido, Movimenta e le sardine. Il suo obiettivo è dare strumenti e formazione a giovani per poter portare una cambiamento nella comunità. É insolita che sia online ma l’orientamento della scuola è l’azione pratica.

La prima lezione era lunedì sera (22/02), e dopo aver letto newsletter per prepararmi alla prima lezione: organizzazione di comunità, accedo al link per la diretta sulla piattaforma zoom ed è così che ho imparato il valore dell’inclusione. Una notifica appare sullo schermo che recita più o meno: la chat è piena e non si può entrare. La politica deve partire dall’inclusione, quindi la scuola di mobilitazione politica se vuole essere inclusiva deve far entrare tutti, lo ha fatto prima di tutto aumentando il limite degli iscritti da 150 previsti a 700 effettivi. Ecco che leggo le notifiche su telegram prima degli studenti che annunciano la loro esclusione degli organizzatori, troviamo una soluzione e riusciamo ad entrare.

Una politica inclusiva c’è quando tutti hanno accesso al discorso politico.

La partecipazione viene garantita non solo quando si abbattono gli ostacoli ad essa ma quando si trova un modo per organizzare la comunità per portarla a raggiungere i propri obiettivi. Ecco che nei primi 5 minuti abbiamo già imparato cos’è l’organizzazione di comunità attraverso la pratica. Ma che cos’è e come è nata lo hanno spiegato nel dettaglio i formatori, focalizzando l’attenzione sulla figura di Alinski, un sindacalista americano degli anni ‘30, che è riuscito a mobilitare tutti i lavoratori, sindacati, comunità delle periferie di Chicago per migliorare la loro condizione. Una frase che mi ha veramente colpito è stata che ad Alinski non interessavano le policy oppure i programmi, lui è partito ascoltando i bisogni della comunità e creando relazioni per poi aggregare gli interessi e portare infine un cambiamento.

Il potere che ha creato è basato dall’unione, come aveva detto AOC, “you have the money and we have the people” e ha un sapore vero di democrazia. Più volte ho riflettuto in seguito che io valuto maggiormente le idee e i valori (non che non siano importanti) ma è fondamentale capire e conoscere i desideri e i problemi delle comunità. 

Allora ho guardato cosa abbiamo fatto in Volt:

e ho apprezzato maggiormente tutte le iniziative collaterali piuttosto che le proposte programmatiche, perché l’azione determina la vera priorità. Ho pensato a Road to 50%, che non è solo una proposta programmatica, ma una comunità, un’associazione di persone verso un’idea, con l’obiettivo di dare potere alle donne, perché la donna vive in una profonda ingiusta per quanto riguarda la sua relazione e il suo ruolo nella società. Un altro progetto che ho pensato molto rilevante per il community organising è Chiamata alle Arti (il nome l’avevo proposto io ma non me ne vanto), che parte dal presupposto che durante la pandemia tutto un intero settore è divenuto superfluo e i suoi lavoratori ridondanti. La cultura e l’arte non crea un vaccino, non fa aumentare il PIL, per questo è già da un anno che i teatri sono chiusi. Con questo progetto abbiamo dialogato con artisti, cabarettisti, ballerini, attori, cantanti e abbiamo cercato di creare relazioni con l’intento di creare potere per migliorare la loro situazione. Altri esempi possono essere Europacares, l’iniziativa di Volt Europa che raccoglie e consegna mascherine e altro materiale sanitario ai campi profughi dei migranti in Grecia, perché noi vogliamo che l’Europa non lasci indietro nessuno e per questo lavoriamo sia a Bruxelles con Damian Boeselager, che in tutti gli stati e regioni ma anche attraverso queste iniziative partite dal basso (EC è una proposta di semplici attivisti di Volt).

Tornando alla lezione abbiamo analizzato maggiormente i metodi e i principi, quello democratico prima di tutti, perché la promessa della democrazia prevede che chi non ha potere lo possa ottenere e chi non ha una voce di esprimerla. Questa dimensione intimamente idealista, che si può dire propria dei giovani, ma anche sostanzialmente pragmatica rendono questo sistema molto potente. Non basta dire che il sistema è ingiusto, ma agire per creare connessioni, relazioni, attività per poi cambiarlo. Uno strumento molto interessante visto che nella scuola di politica siamo circa 700 giovani pieni di ideali. Quello che ci serve sono strumenti per portare avanti una trasformazione della società. I giovani sono senza potere? In Italia interpretando Alinski, si. Siamo coloro che nella società abbiamo meno diritti, una scarsa rappresentanza e colpiti anche da diseguaglianza. Detto questo non è l’unica categoria dei senza potere: donne, italiani senza cittadinanza, lavoratori precari. Ogni società possiede queste categorie e sta nell’abilità degli organisers di attivarli, creare rete e raggiungere (anche) piccoli obiettivi. 

Un partito di massa può essere un organizzazione di comunità?

Un ultima riflessione che hanno sollevato con una domanda è se un partito di massa può essere considerato come organizzazione di comunità. La risposta era no, sono due cose molto diverse, Alinski organizzava comunità perché i partiti erano troppo distanti da esse, inoltre ci sono state critiche per il metodo di Alinski perché non poteva essere portato a livello nazionale o federale. Però a mio avviso un partito e soprattutto gli attivisti possono utilizzare questo approccio, molto radicato al territorio e alla comunità, pensando a unire e creare relazioni nella comunità, per poi agire con proposte che considerano sia il particolare (locale) che il globale. Penso che per Volt questa potrebbe essere una vera e propria sfida.

By

Filippo Badolato