Festa dell'Europa e la Dichiarazione di Schuman

Robert Schuman. Chi era costui?

Non fatevi trarre in inganno da un’apparente omonimia. Robert Schuman non ha nulla a che vedere con il compositore Robert Schumann che ha una “n” in più nel cognome.

Il “nostro” Schuman è il ministro degli esteri francese che a Parigi, nella Sala dell’Orologio  del Ministero degli Esteri  al n.37 del Quai d’Orsay,  alle ore 16 del 9 maggio 1950 tenne la famosa dichiarazione Schuman: la presentazione di un piano di cooperazione economica che prendeva avvio dalla proposta di Jean Monnet di mettere in comune le riserve di carbone e acciaio di Germania e Francia.

Monnet, divenuto un membro del Comitato Francese di Liberazione nazionale, fu nel 1943 il primo ad esprimere la necessità di un'Unione Europea in grado di ristabilire e mantenere la pace tra i vari Stati. “Non ci sarà pace in Europa– aveva affermato – se gli Stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale….Gli stati europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la necessaria prosperità e lo sviluppo sociale. Le nazioni europee dovranno riunirsi in una federazione”.

Nel giugno del 1941, Altiero Spinelli, con la collaborazione di Ernesto Rossi e di Eugenio Colorni, aveva scritto il documento base del federalismo europeo. il Manifesto per un'Europa Libera e Unita, meglio conosciuto come Manifesto di Ventotene.  

Una data non scelta a caso, il 9 maggio 1950:  il giorno prima era stata firmata la capitolazione nazista e quindi si era definitivamente conclusa la tragica vicenda della seconda guerra mondiale.

Fu nel 1985 però che la Comunità economica Europea, ricordando la Dichiarazione Schuman, adottò il 9 maggio come “Giorno d’Europa”, data che si sostituì a quella del 5 maggio (in riferimento alla fondazione del Consiglio d’Europa, nel 1949).

 

La Dichiarazione viene considerata il primo discorso politico ufficiale in cui compare il concetto di Europa intesa come unione economica e, in prospettiva, politica tra i vari Stati europei ed è perciò ritenuto il punto di partenza del processo d’integrazione europea.

 

Una tappa fondamentale

 

La dichiarazione Schuman rappresentò un punto di svolta nella storia delle relazioni internazionali tra gli stati europei: mettere in comune gli interessi economici avrebbe contribuito ad innalzare i livelli di qualità della vita e sarebbe stato il primo vero passo verso un'Europa più unita.

Mai come oggi (col progetto europeo si trova ad affrontare le sfide più difficili, dalle migrazioni, alla sicurezza, ai problemi socio economici a quelli legati all’antieuropeismo dilagante…) si avvertono l’attualità e il profondo significato di quella dichiarazione.

 

Oggi, 9 maggio 2019, cosa è rimasto dello spirito di quel 9 maggio 1950?

Sono stati compiuti passi avanti nel processo di integrazione?

Quali sono i pericoli che lo mettono in discussione o, peggio, ne vanificano l’esistenza, bollandolo come un’iniziativa non più coerente con il contesto storico completamente mutato rispetto a quello da cui era stato originato?

Personalmente ritengo che non solo i valori enunciati dalla Dichiarazione Schuman siano tuttora validi, ma assolutamente irrinunciabili.

Hanno portato a risultati politici ed economici incontestabili.

Sono entrati in vigore i Trattati che hanno consentito prima l’unione monetaria e poi l’allargamento verso est dei confini politico-economici; si è potenziata la struttura dell’Unione (dai poteri del Parlamento a quelli della Commissione); si sono ampliate le competenze dell’Unione rispetto a quelle degli Stati membri su molte materie decisive…

 

Una crisi annunciata

Eppure, nel tempo, si è consolidato un disamore generalizzato per quella che, a tutti gli effetti, dovrebbe essere considerata la casa comune di tutti i Paesi membri, che al suo interno condividono le medesime radici culturali.

Verrà il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914”, aveva detto la cancelliera tedesca Angela Merkel alla fine del 2013, in un vertice dell’UE, citando il libro dello storico australiano Christopher Clark sull’origine della Prima guerra mondiale [Christopher Clark, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra, Laterza, 2013].

Questo momento è arrivato?

Certo è che la crisi latente che serpeggiava all’interno dell’unione e che molti fanno risalire al fallimento del Programma di Lisbona del 2000, è diventata conclamata con la Brexit, che sembra aver aperto il vaso di Pandora. Molti paesi pensano di rialzare le barriere alle frontiere, alcuni lo hanno già fatto, elevando veri e propri muri.

Molti invocano la fine della moneta comune e severe politiche protezionistiche. Parecchi governi predicano e praticano il sovranismo: prima il mio paese.

Movimenti populisti ed euroscettici sono al governo in diversi Stati e la solidarietà europea sembra irrimediabilmente svanita.

 

E allora?

 

Eppure nel caotico marasma dell’attuale situazione emergono, soprattutto nelle nuove generazioni, segnali di speranza.

Perché sono proprio i giovani ,“europei nel DNA”  (e Volt ne è un esempio) che non vogliono assolutamente perdere i valori che hanno consentito loro di crescere, migliorare, confrontarsi, spostarsi senza frontiere, usare la stessa moneta, mixare culture, sapori, lingue, esperienze…

E che, a ben vedere, sono riconducibili a due parole per nulla scontate: Libertà e  Pace.

E chi ha conosciuto l’orrore della seconda guerra mondiale, insieme alle nuove generazioni che non hanno fortunatamente assistito a quella tragedia, lo sa perfettamente.

Ecco perché l’Europa unita, oggi più che mai, è da difendere e amare.

Occorre quindi , secondo me, tornare alla purezza visionaria ma lucidissima di Robert Schuman, Altiero Spinelli, Jean Monnet….che, sulle macerie ancora fumanti della devastante esperienza bellica, hanno avuto la capacità di immaginare nuovi assetti, osando sognare un futuro migliore e chiedendo a tutti, nessuno escluso, di contribuire perché fosse questo fosse possibile.

Un’Europa che è tentata di chiudersi (di fronte alle sfide del domani) in una tana senza uscite sancirebbe il fallimento di un’unione pacifica di tutti gli Stati: il solo, grande e storico contributo che il nostro Continente ha dato alla civiltà nel corso del Novecento.



di Daniela G.

“Questo articolo riflette le opinioni personali dell’autore e non rappresenta necessariamente le posizioni ufficiali di Volt Italia”