Chi può dire di essere "famiglia"?

Del “Congresso internazionale delle famiglie” (World Congress of Families) che si terrà a Verona il 29, 30 e 31 marzo, c’è un aspetto degno di nota già nel nome: il plurale “famiglie”.

Infatti, detto così, ci si immagina un evento rivolto a tutte le famiglie che sono parte della nostra società odierna. Leggendo la presentazione del congresso sul sito ufficiale, pare proprio che invece, se siete ad esempio una famiglia composta da figli e genitore single, non è che questo congresso faccia proprio al caso vostro.

Credo valga lo stesso discorso se siete una di quelle belle famiglie allargate, nate dopo la separazione di una coppia i cui membri hanno poi formato altri nuclei con nuove unioni. Non ne parliamo se siete una famiglia formata da una coppia omosessuale! 

Insomma, queste “famiglie” a cui il congresso si rivolge sono solo alcune famiglie, ossia quelle tradizionali composte da una coppia eterosessuale sposata e con figli. Si legge infatti che il congresso ha come obiettivo quello di “unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”[1]. Dunque, andiamo per punti:

 

1. Qual è la famiglia naturale?

I sostenitori della cosiddetta “famiglia naturale” la identificano in quella organizzazione formata da un uomo e una donna uniti in matrimonio e con figli, qualificandola come “naturale” sulla base della dimensione biologica della generatività della coppia. È curioso però che proprio la parola “famiglia” rimandi etimologicamente ad una dimensione relazionale e non biologica[2], identificando quindi gruppi di persone legati tra loro da relazioni particolarmente significative (al di là dei legami di sangue). Non c’è dunque nessuna “famiglia naturale”, in quanto la “famiglia” è un prodotto sociale, non biologico. Può quindi essere corretto parlare di “famiglia tradizionale”, per riferirsi ad una particolare struttura familiare in seno a una cultura specifica, ma non “naturale”.

 

2. Congresso delle famiglie per “affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile”

Questa è una palese dichiarazione di discriminazione: altre organizzazioni familiari diverse da quella tradizionale non sono accettate dai promotori di questo congresso. Il nome altisonante dell’evento, con il plurale “famiglie”, mi suona a questo punto un po’ incoerente con gli intenti, e mi ricorda quella frase de “La fattoria degli animali” di Orwell che dice: tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Insomma, mutatis mutandis, ci sono tante famiglie (questo è un dato di fatto), ma alcune sono più famiglie di altre (perché qualcuno ha deciso arbitrariamente così).

 

3. Volt Italia non poteva restare in silenzio

Per il congresso e i suoi sostenitori c’è solo un tipo di famiglia. Per Volt ci sono molteplici forme familiari, tutte ugualmente degne del nome “famiglia”. Si impone pertanto la necessità di una chiara presa di posizione, in nome dei principi di pluralismo, di unità nelle diversità e di lotta per la riduzione delle discriminazioni sulla base del genere, dell’orientamento sessuale o della propria cultura che caratterizzano il nostro impianto politico: non si può accettare che un governo, che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini, dia il sostegno a un evento così apertamente discriminatorio e puramente ideologico, al punto che un gruppo di accademici dell’Università di Verona ha promosso un documento in cui la comunità scientifica dichiara di prendere le distanze dalle posizioni del congresso[3].

Il punto non è squalificare la famiglia tradizionale, ma opporsi all'approccio esclusivo e discriminatorio di questo congresso e alla legittimazione che ne danno i suoi sostenitori, tra cui il Ministro della famiglia e delle disabilità e il Ministro dell’Interno (nonché vicepremier) della Repubblica italiana.

Il nostro intento ultimo non è far prevalere un’idea di famiglia su un’altra, ma, secondo un approccio inclusivo, promuovere una cultura delle differenze come unica strada percorribile per il progresso sociale e il benessere collettivo.

“La promozione di una cultura della differenza diventa una sfida cruciale per il futuro di ricercatori e professionisti, ma ancor di più per le istituzioni politico-legislative: solo attraverso la legittimazione e la tutela delle trasformazioni sociali in atto è possibile promuovere il benessere, accogliere e intervenire in modo inclusivo”[4]. Accogliendo queste indicazioni di Marina Everri, psicoterapeuta e ricercatrice, esperta di relazioni familiari, Volt Italia accetta la sfida, e la nostra partecipazione alla manifestazione del 30 marzo a Verona organizzata dall'associazione “Non una di meno” sarà solo l’inizio del nostro impegno.

 

articolo di Mattia Messena (mattia.messena@volteuropa.org)

 

"Quest’articolo riflette le opinioni personali dell’autore e non rappresenta necessariamente le posizioni ufficiali di Volt Italia."

 

Note

[1] www.wcfverona.org

[2] Fruggeri, L. (2005) Diverse normalità. Psicologia sociale delle relazioni familiari, pag. 197. Carocci editore

[3] http://www.dsu.univr.it/?ent=iniziativa&id=8428

[4] Everri, M. (2017) Genitori come gli altri e tra gli altri. Essere genitori omosessuali in Italia, pag. 18. Mimesis edizioni